Sergio Marcelli

08 A.C.

di Gian Ruggero Manzoni

Lucrezio scrisse: “La vita è una lunga battaglia nelle tenebre… ma la goccia scava la pietra” così che la natura  mai si arrende e, di continuo, disfa e poi forma; parimenti, il cervello umano, o, ancor meglio, l’animo… lo spirito che ci vive e ci muove, diventa e ridiventa possibilità in perenne mutazione, pur rimanendo segno tangibile di un’origine che mai tradiremo, ritrovandoci (sempre) in essa, per elevarla ed elevarci.

Nulla deriva dal nulla, tutto è legato, anche se un giorno scopriremo che infine è il nulla la base del tutto, ma, in questo caso, tale speculazione non ha importanza (la rimandiamo a quando ci saremo  completamente re-impossessati di noi stessi). Oggi è la chiamata a un nuovo essere, oppure all’Essere (con, appunto, la E maiuscola), a quello fondante, che c’interessa di evocare, per poi, con coraggio, riavere i giusti strumenti al fine di analizzare la nostra condizione di uomini, riaffidandoci alle somme vette del pensiero, ai massimi sistemi (ai “massimalismi”, per intenderci bene), in modo che la “crisi” abbia il suo esito fenomenologico… infatti questa parola (tanto sofferta) contiene in sé anche il germe della rinascita (come il greco antico c’insegna).

La cava dismessa nella Gola della Rossa, a Pontechiaradovo di Genga, nell’alto anconetano, lambita dal fiume Esino, per noi è divenuta, a tale scopo, il tempio in cui quell’atto… quella “liturgia” teurgica, votata alla riscoperta del nostro esistere e della missione che tale esistere implica, ha avuto e, spero, anche in futuro avrà esito e quindi compimento. In quell’anfiteatro artificiale, già scavato da mine e picconi, benedetto, dall’alto, dall’Eremo di San Silvestro, l’evento si è svolto, trovando luogo e, soprattutto, pathos. Non a caso, alla base di ogni “azione” artistica che voglia, nel tempo, divenire un appuntamento fisso (cioè: di riferimento), uno spazio di condivisione è condizione fondamentale. Infatti, come giustamente sostiene il filosofo Jürgen Habermas, entro un contesto omogeneo, per quel che riguarda gl’intenti, il luogo per la condivisione, seppure nelle diversità espressive, risulta essere caratterizzato da un accordo sui valori, sulle concezioni della vita buona, sulle azioni condotte in comune… un luogo che poi va a radicarsi (trasformandosi e quindi affermandosi quale genius loci), divenendo parte integrante (“magica”, sciamanica, armonica) di un’identità collettiva stabile e riconoscibile, soprattutto a livello sociale. Del resto ognuno di noi ha un patrimonio esistenzial-culturale da offrire agli altri. Ognuno di noi è un potente creatore e “manifestatore”, però è solo quando condividiamo i nostri valori con gli altri che entriamo nel flusso della manifestazione, perché la manifestazione è un’attività condivisa, è la trasmissione reciproca d’energie in un’attività co-creativa.

Da questa concezione del fare arte insieme (quale esperienza di scambio interdisciplinare, di “azione aperta” e di accusa nei confronti di una “modernità” svilente e volgare) nacque Fluxus. John Cage incontrò George Maciunas, George Brecht, Al Hansen, Nam June Paik, Charlotte Moorman, Joe Jones, Yoko Ono, Alison Knowles, Geoffrey Hendricks… quindi Wolf Vostell, Emmet Williams, Tomas Schmit… poi Robert Filliou, Benjamin Vautier, Arman, Ay-O, César Baldaccini (César), Giuseppe Chiari, Walter Cianciusi, Kazuo Katase, Takako Saito, Daniel Spoerri e, in particolare, Joseph Beuys, nonché tanti altri, che hanno segnato artisticamente-performativamente la seconda metà del secolo scorso. Consci di quella lezione, se nella contemporaneità ancora esiste un compito per l’arte è proprio quello di ritrovare un senso forte nel porsi e nel dirsi a disposizione di tematiche-problematiche che coinvolgono l’intera società e non solo il singolo individuo. Ma tale posizione forse travalica l’arte stessa, divenendo vera e propria divulgazione-enunciazione di un rinato “pensare etico-estetico”, e ciò consiste nel  riportare all’attenzione generale la valenza del fare analisi etico-estetiche profonde, solide, lucidamente oculate, proprio nella vita di tutti i giorni. Quindi l’indurre a considerare l'aspetto etico-estetico del mondo non più come “affare” solo per artisti, ma, soprattutto, quale parte importante-integrante nel prendere decisioni singole o comuni e, di seguito, nel sostenere delle posizioni rivolte a migliorare uno stato e a superare un gap epocale carico di alienanti negatività. Dunque abbandonare l'opera come presentazione-manifestazione di un proprio mondo, o momento d’indagine sul contemporaneo che (solo) i medium dell'arte permettono di compiere, e tornare a osservare con attenzione la realtà, la condizione dell’uomo, quei bisogni, poi cercare di leggere le relazioni che legano gli elementi, che permettono o caratterizzano la comunicazione, e di questa attività nutrire il Sé, sia individuale che collettivo. Perciò far sì che il lavoro che scaturisce dalla creatività riesca anche a formare gli strumenti che inducano a ritrovare quella riflessione che pare, se non perduta, di certo neutralizzata, sfiancata, offesa dall’omologazione e dall’imbecillità dilaganti. Con questa carica altamente consapevole e drammatica, ma, nel contempo, catartica se non palingenetica, ci siamo quindi mossi e abbiamo fatto.

Quello di 08A.C. è stato, fin dall’inizio, un moto d’impegno civile che ha cercato di ridefinire le forme espositive convenzionali, ri-elevandone i contenuti, ma non negandole. Il gruppo di artisti e operatori culturali che ha data vita alla “prima giornata d’azione” dell’11 luglio 2009 (l’organizzatore Adriano D’Annunzio, Sergio Marcelli, Myriam Laplante, Thomas von Arx e il sottoscritto) si è venuto a comporre in un periodo in cui l’arte ha perduto, come accennavo sopra,  forza etico-estetica, essendosi trasformata, per lo più, in “merce” livellata-centrifugata dal Sistema, nonché in un evidente “specchio dell’effimero dilagante”, oppure in “trovatina” concettuale, in “giochino” o in intellettualistica forma di intrattenimento e niente più. Nel “porci contro” a tale stato di cose, il nostro progetto va a inserirsi in quel clima di cambiamento culturale che già noi, da tempo, viviamo e che confidiamo sfocerà in un riconsolidamento del porsi con determinazione nella creatività e nel vivere. 08A.C. è, quindi, da leggersi tenendo presente quei movimenti che, nel 900, hanno segnato un cambiamento sostanziale del fare arte e del dirsi artisti: gli happening, la body art, la performance, il teatro e il cinema d’avanguardia, la “fotografia di ricerca” senza sconvolgere (però) il tradizionale modo di intendere il gesto espressivo, tentando di riconfermare “un nuovo” o, meglio, direi “un altro” coinvolgimento del pubblico, quale rinato protagonista dell’evento. L’eliminazione della struttura  “esecutore-fruitore” si riflette, perciò, nella diretta comunicazione tra artista e spettatore, merito una vicinanza, corporeo-energetico-emozionale, oltremodo evidente che rende più fluido il confronto tra emittente e ricevente. In 08A.C. abbiamo, a tal fine, cercato di ampliare le prospettive, abbiamo tentato di andare contro la visione unilaterale della tradizione per  riaffermare il valore di un evento in sinestesia osmotica (totale) col luogo e con gl’intervenuti, in modo da riprodurre la molteplicità degli stimoli e delle sensazioni ai quali, come “globalizzati”, siamo continuamente sottoposti. Abbiamo rovesciato il rapporto di finzione/realtà tra l’arte e la vita: l’arte  è diventata la dimensione veramente autentica, in contrapposizione alla vita quotidiana, vista come il luogo del non-autentico, dell’ipocrisia, della finzione. In questo senso il nostro operare si è andato a collocare vicino a quello delle avanguardie storiche che criticavano e rompevano con le forme cosiddette “borghesi” per dichiarare l’infinità dei modi di rappresentazione. Tale ridata spazialità, tale allargamento, tale emanazione, tale ampliamento del punto di vista e dell’intendere un evento creativo indica, inoltre, la necessità di ricercare (di nuovo, e lo ripeto) forme creative che ritrovino le proprie radici storiche nelle celebrazioni dei “sacri misteri”… quelle celebrazioni tipiche dell’antichità o dell’età medievale. Ed ecco come le teorizzazioni di Joseph Beuys, sulla società umana intesa come scultura sociale e sull’arte antropologica, tornano prepotentemente alla ribalta. Lo stesso era del  pensiero filosofico e pedagogico di John Dewey che si basava su una concezione dell’esperienza come rapporto tra uomo e ambiente: dove l’uomo non si colloca come  spettatore involontario, ma interagisce con quello che lo circonda. Da ciò il pensiero dell’individuo che non nasce dal teorico, ma dallo “scendere in campo e spendersi”, quindi dall’esperienza diretta, quest’ultima intesa come esperienza sociale, in modo che l’educazione (e il metodo per applicarla-trasmetterla) vada ad aprire la via sempre ad altre visioni e al potenziamento di tutte le opportunità per uno sviluppo ulteriore del vivere civile. Dewey, procedendo nella sua analisi, rintracciava nella coscienza il fulcro di ogni mutamento, quindi, nell'insieme di usi e costumi, dettato dalla tradizione, rilevava lo "spirito" della società, e nell’eventuale “reazione” e nel desiderio di iniziativa verso l’ignoto delineava  il rifiuto del determinismo e l’impulso al rinnovamento-cambiamento che è insito nell’uomo (…nonché nella Natura). E noi a ciò siamo votati e, per ciò, continuiamo a fare.

(…)

Il valore edonistico-ectoplasmatico della ricerca di Marcelli si erge in una natura accuratamente sventrata dalla mano umana, così che qualsiasi archeologia industriale non può che venire fagocitata dall’ombra e, nell’ombra, di un ipotetico limbo formale, riflettere su se stessa, fino alla fine dei tempi. Evanescenza è la parola d’ordine, ricercata, filmicamente o fotograficamente, nella fibrillazione, in bianco e nero, delle ghiandole espressive (a volte il colore avanza, ma il “barocco” lo annulla subito). E’ ancora di corpo, di masse, di gravosità che stiamo parlando, come poi nell’arte di Myriam Laplante. Elementi costitutivi che non attendono, altro, che divenire eterei rimandi di un vissuto all’insegna dell’inutile, oppure del già cessato, del già finito, del già morto. Ed ecco la risurrezione. E’ la bocca che partorisce il rinato, o, meglio, la testa tramite la bocca. La religione delle ombre incalza, in un parlare muto, neppure gestuale, direi assente, per come la trama tesse e svolge distanze e derivazioni. Riflessi, quindi, del tornato fra noi, in attesa di una deflagrazione reale e simbolica che darà voce (finalmente) a un nuovo universo. Il demiurgo crea e poi distrugge… ma il demiurgo non è altro che l’uomo nel suo salmodiare la mancanza di un progetto o di una meta-mente. Così si passa da uno stato all’altro, silenziosi, cupi, quindi liberati, nel divenire, e ancora e ancora, per di nuovo ritrovarsi silenziosi e cupi. E’ un mitologema cosmico, quello di Sergio, che non mira, altro, che alla reazionaria esplosione eco-tombale del concetto. Un concetto impossibile da fermare, perché rutilante e sfuggente è il bandolo della matassa. Forse sogno-segno? No, il concreto incombe, drammatico, e il tutto si polverizza, nel vento o nella centrifuga, come poi nell’oggi.

(Galleria Cubo, catalogo, Ancona 2009)

 

l SUONO (KLANG) DELLO SPIRITO LIBERO (FREIGEIST)

di Gian Ruggero Manzoni

“Penso che Rousseau, trasferendo il concetto di peccato originale dall’uomo alla società, si sia reso responsabile di un sacco di analisi sociali fuorvianti che poi seguirono. Non credo che l’uomo sia quello che è a causa di una società strutturata imperfettamente, ma piuttosto che la società sia strutturata imperfettamente a causa della natura dell’uomo. Nessuna filosofia fondata su un’errata visione della natura dell’uomo è destinata a produrre effetti sociali positivi.” (Stanley Kubrick – da Kubrick, di Michel Ciment, Rizzoli)

In “Arancia meccanica” (A Clockwork Orange), film tratto dall’omonimo romanzo di Anthony Burgess, Stanley Kubrick ci offre un satirico se non grottesco quanto realistico ritratto della nostra società, e lo stesso fece Michail Bulgakov nel suo affascinante romanzo “Il maestro e Margherita”.

Il tenere presenti questi due capisaldi (opere, direi, oltremodo irrazionali) della nostra cultura è stata missione di vita artistica che ha mosso l’elaborazione 08 AC 2010 /  Seconda edizione in cui il teurgico, messo di nuovo in contrapposizione con l’epistemologico, lo ‘strutturale’, il ‘relativo’, l’effimero o il ‘materiale’ che caratterizzano la nostra epoca, continua a fare vibrare le corde più profonde e ‘barbare’, se non ‘tribali’ dell’essere primigenio che è presente in noi (…dà suono a esse, ricollegandoci a un Assoluto ‘archetipico’ di cui siamo e vogliamo di nuovo essere parte).

Dalla cava di pietre sottostante l’Eremo di Grottafucile, nella Gola della Rossa, nell’alta valle del fiume Esino, dove si è svolto 08 AC 2009 / Prima Edizione, ci siamo spostati in un altro luogo magico-energetico: la Mole Vanvitelliana di Ancona, un lazzaretto elevato nella prima metà del XVIII sec., una sorta di isola-roccaforte autosufficiente, un pentasperone situato nella zona del porto, collegato all’esterno solo da una piccola passerella; una costruzione pentagonale edificata per salvaguardare la salute pubblica, atta a ospitare quei marinai posti in quarantena che arrivavano da zone del pianeta ritenute, allora, non sicure perché in mano alla peste; e in quella stella di mattoni disegnata da Vanvitelli il nostro rito sacro-catartico, perché rivolto alla desacralizzazione-dissacrazione-demolizione di un contemporaneo ormai privato di ogni spiritualità, è andato a prendere forma.

Anche “The Road”, un libro culto di Cormac McCarthy poi divenuto un film recente di John Hillcoat, ci ha aiutato a rappresentarci degnamente in questa occasione. Infatti, così è l’Occidente: un post cataclisma, un post esplosione, un post castigo, non un acquitrino nauseabondo e marciscente frutto del post moderno, come ancora in molti credono con leggerezza (…sarebbe troppo facile!).

A questo punto non potevamo che tuffarci nella teoria del post-catastrofe del vecchio filosofo Alasdair MacIntyre, scozzese ‘immortale’, amante di Aristotele e, soprattutto, di Tommaso D’Aquino, che ha gestito la bomba etica (ormai deflagrata in questa nostra società di pupazzi) con la grazia e la saviezza di un cavaliere d’antico codice.

Detto ciò, per dare forma a questo nostro evento post illuminista, quindi votato al metempirico, che vuole tendere l’indice e accusarvi in massa, non potevano mancare, quali miei sodali, un guastatore dell’arte come Sergio Marcelli, già demolitore di fittizie gallerie del profitto e predatore di Ombre arcane, poi il percussionista tedesco FM Einheit-Franz Martin Strauss, fondatore degli Einstürzende Neubauten, che dell’esasperazione ha fatto alienante immagine di un Voi, quindi Stephanie Geiger, anch’ella di origini germaniche, creatrice di statue di pezza… appunto di fantocci, di pupazzi  privi d’anima, di seguito la compagnia teatrale Un’ottima lettera, ideatrice di Klang! pompa pulveris, azione di fantasmi e polvere che ci ricorda il come eravamo, il come siamo e il come saremo, e, per finire, il sottoscritto, GRM, arcaico poeta guerriero e narratore di quegli iperbolici estremi umani che del paradosso e del codice di MacIntyre hanno fatto Bibbia, andando a scandire i rintocchi di una morte e di una nascita, come in un eterno film di Bergman.

Ecco la schiera dei “divoratori di finti culti e finti simulacri”. Ecco “la danza macabra”… l’apoteosi antisublime di un sublime edonistico, superficiale, evanescente, glamour, targato fine ’900 e inizio XXI secolo dell’Era Cristiana, così che l’ospite che ci vive, l’altro da noi ma in noi, lo xènos greco, lo straniero (‘demoniaco’) che ci divora gl’intestini, possa prendere forma e duellare con la nostra fittizia immagine, proiettando, tale scontro, in un oltre che da sempre ci contiene, ma di cui, scellerati, intellettualmente non riusciamo ancora a coglierne né dimensioni né portata né possibilità… (ed è forse un bene, per non cadere nel baratro di un Nulla totale). Perché, infine, nessun attimo è mai trascorso dall’esplosione iniziale, dall’intreccio delle stringhe, dalla fibrillazione dei quanti. Si è sempre dove si era e dove si sarà, dove non si era e dove non si sarà, visto che non comprendiamo l’essenza, ma neppure l’assenza, che ci pervade. Non resta che scuoterci, ma, soprattutto, scuotervi, nel tentativo che vi riappropriate di tale identità fluttuante, di tale inizio arcano-ermetico… di quell’oltre, di quell’altrove che si pone al di là dei confini che la ragione c’impone, divenendone l’angoscia, ma anche l’energia continua che ne alimenta il mandibolare movimento creativo. Non per niente l’arte nasce con funzioni ‘magiche’. Nel paleolitico chi disegnava le immagini sulle pareti delle grotte era il “sacerdote-artista”, questo perché l’immagine non si riferiva al soggetto, ma era il soggetto stesso.

E “…forse che il  mondo sia l’arena dove combattere unicamente per il raggiungimento dei propri scopi personali che mai nulla hanno dello spirituale, del trascendentale, ma, in essi, racchiudono solo fini materiali?”. A questa domanda che l’highlander MacIntyre si e ci pone rispondiamo con un aforisma di Rudolf Steiner: “Possa la mia anima rifiorire innamorata per tutta l’esistenza” e con una massima dell’anarchico Max Stirner: “La lotta per l’autoaffermazione è inevitabile, perché ogni cosa tiene a sé stessa e nello stesso tempo si scontra continuamente con altre cose, e, fra quelle, in primo luogo con se stessa”.

Al fine che il progetto “Klang!” prendesse forma non potevamo non avvalerci di giovani artisti, perché è ai giovani che a noi interessa indirizzare il nostro richiamo per una rinata “magia del creare”, e a seguito di tale desiderio l’entrata in scena degli studenti del Centro Sperimentale di Design Poliarte di Ancona i quali hanno curato, oltre che l’impianto scenografico, anche la comunicazione e la documentazione dell’evento: gli studenti di Interior Design hanno realizzato il Monolito di Sergio Marcelli, quelli di Fotografia le riprese a documentazione dell’insieme, infine gli iscritti a Visual Design hanno dato vita al catalogo-testimonianza.

Ma perché un Monolito al centro del nostro spazio scenico… al centro del tempio, del luogo cerimoniale, liturgico, sacro, rituale che abbiamo tracciato per esorcizzare l’attuale situazione etico-estetica (putrescente) che è cuore di questo sistema sociale, nonché gl’infiniti tentacoli che da esso si diramano e che ne disegnano la forma mostruosa? Nietzsche credeva che la società Occidentale fosse una prigione dove l’uomo, scordata la propria Origine e scollato sempre più dalla Natura, era rinchiuso. I cancelli, di quella prigione, sono i falsi valori e le inferriate sono gl’ideali sterili e anonimi che ne inglobano il flusso vitale. Quindi questa nostra società non è altro che un’abnorme e viscida ameba omologante gl’individui, inventata dal ‘potere’ per limitare l’animo umano, libero e creativo per indole, tramite le false illusioni generate dalla ragione. L’uomo è quindi uno schiavo, e a esercitare il controllo su di esso sono le grandi ipocrisie ‘filosofiche’ e ‘religiose’ da lui stesso inventate per darsi regole e precetti, ma, soprattutto, per non sprofondare nel Terrore dell’esistere. Indubbiamente Nietzsche (come poi anche Marx) aveva una visione megadecadente della società, dove la falsa morale è solo uno strumento dei forti rivolto a ingabbiare i deboli, dove la religione e le leggi del profitto sono solo strumenti di controllo dei furbi sugli ingenui. Ma chi ha provocato tutto ciò? Sempre secondo Nietzsche i responsabili sono proprio i tanto decantati fondatori della cultura e del pensiero occidentale a partire da Socrate, infatti egli giustamente sostiene che la massima espressione della civiltà ellenica si sia verificata con l’avvento della tragedia (precedente il periodo socratico), ossia quando il connubio tra le due forze che animano l’esistenza umana, l’apollineo e il dionisiaco, hanno dischiuso la comprensione della realtà e dell’essere umano stesso. Inoltre il dualismo tra apollineo e dionisiaco rappresenta il contrasto degli opposti (ordine e caos, generazione e corruzione etc.), considerato fondamento ontologico della vita stessa. Con Socrate, invece, questo dualismo viene a mancare. La filosofia socratica, acclamata da molti come la nascita del glorioso pensiero occidentale, è interpretata da Nietzsche quale nascita della decadenza. Socrate impone il primato della ragione sull’irrazionalità, tagliando fuori l’elemento dionisiaco. Il suo famoso concettualismo, con il quale pretende di racchiudere in idee l’esistenza, uccide l’uomo tragico, lasciando il posto all’uomo teoretico che, grazie anche alla devozione dell’allievo Platone, si costruirà un mondo fatto di apparenze, un castello di vetro dove affermare il proprio dominio sulla vita e sulla natura. Un dominio che risulterà, per l’appunto, fittizio. Ma se la tragedia greca è morta, non è morta e mai morirà la dimensione tragica dell’uomo che, imprigionata in quel castello di vetro, si sfoga nel malessere della società: quel malessere rappresentato da Bulgakov, Burgess, Kubrick, Cormac McCarthy, John Hillcoat e infiniti altri. Il Monolito (altro elemento tanto caro al fautore di 2001 Odissea nello Spazio) diviene, così, l’immagine di quel Sapere Razionale impostoci che ha schiacciato il Mistero, il Mito, le Forze Primarie, la Magia, quella che con dette Forze si sviluppa e che poi va ad alimentare ogni atto creativo nella sua prima fase, cioè quella Intuitiva, Viscerale, oserei sciamanica, prodigiosa, trascendentale. Infatti il grande filosofo tedesco ritiene che per l’individuo, che ha compreso questo e che poi di tutto questo si va a sgravare, risulti ancora possibile vivere in modo autentico, cioè libero dalle illusioni. Nietzsche lo definisce Spirito Libero (in tedesco Freigeist) colui che diffida della ragione, colui che penetra le carni della vita, i nemici del quale sono le grandi ipocrisie moralistiche e i loro inventori, come appunto lo furono Socrate e Rousseau. Del resto il Maestro di Bulgakov non è altro che il Freigeist ‘niciano’ che sostiene il concetto di Verità quale unità degli opposti; una Verità che  non consiste solamente nel fatto che la lotta del bene contro il male esige una fermezza morale dell’uomo e l’attivo servizio alla causa della Luce mediante un’opera di convinzione, ma assume valenza soprattutto nel fatto che il male, racchiuso in una determinata situazione concreta, in cui l’uomo si trova, esige il mutamento della situazione stessa, così che il singolo e la massa possano divenire un unico nel processo di affrancamento dal ‘negativo’ e poi nell’elevazione cosmica che ne consegue. Non a caso il tema della morte del Maestro, che se ne va in un altro mondo e porta con sé la bellezza e la verità, diventa in primo luogo memoria delle perdite irreparabili che gli uomini subiscono quando simili tragedie avvengono… e la tragedia, di nuovo, viene inesorabilmente a prendere forma. Inoltre il Freigeist non ha paura di alcunché e si abbandona con coraggio all’irrazionalità. Egli è la manifestazione di tutti gli istinti e gli impulsi di cui la società ci ha privato, è la natura umana messa a nudo, libera, svincolata dagli schemi della ragione. Egli è la vita, pura e semplice. Egli possiede vitalità e intelligenza, onestà e capacità di narrare. Egli è il Suono iniziale dell’Universo, la Voce d’esso, quel vagito che, in sottofondo, continua a suggerire all’uomo azioni, gesti, parole e, paradossalmente, anche silenzi, allorquando la Natura lo richiede.

(Klang!, catalogo, Ancona, 2010)

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